La voce del tempo

Villa Camozzi nel racconto di Nadia Petazzi.
Testi: Nadia Petazzi

Io sono il tempo che abita questa terra.

Sono passato tra le pietre di Grandola molto prima che tu nascessi, molto prima che i Camozzi arrivassero, molto prima che la tua casa in Piazza Coppa avesse un nome. Ho visto Giorgio Guaita nel Cinquecento posare le prime fondamenta della Villa, una casa ancora semplice, ancora lontana dalla grandezza che avrebbe avuto. Ho visto il Settecento allargare le stanze, aprire la facciata, scolpire la gradinata che ancora oggi sale dal cancello: era tra il 1759 e il 1780, quando i Guaita trasformarono la casa antica in una villa signorile, con il portale che guarda la valle e la scala che sembra una promessa.

Poi venne l’Ottocento, e con esso il Cavaliere Carlo Luigi Camozzi, nato a Pollezza, uomo di terra e di possedimenti, che portò qui la sua famiglia e il suo mondo. Ho visto i suoi campi grano ondeggiare sotto il sole, i vigneti arrampicarsi sulle coste, i prati larghi respirare con le stagioni. Ho visto la servitù muoversi nel cortile della Villa, le donne al pozzo, i carri che entravano dal cancello con il rumore delle ruote sul selciato, i passi eleganti dei padroni che salivano la gradinata come se ogni gradino fosse un gesto di casa.

E mentre tutto questo accadeva, io scorrevo anche tra le vie di Grandola, tra le corti, tra le stalle, tra i fienili, tra le case che appartenevano ai Camozzi. Ho visto la tua casa in Piazza Coppa quando era parte del loro mondo, quando nel cortile c’erano stalle, fienili, odore di fieno, voci di lavoranti, passi veloci della servitù che andava e veniva dalla Villa. Ho visto il pozzo dare acqua alle mani che lavoravano la terra, ho visto i carri passare davanti alla tua porta, ho visto la vita semplice e dura che riempiva quel cortile. E oggi, quando tu apri la porta della tua casa, io riconosco quel cortile. Riconosco il silenzio che un tempo portava i passi dei servi, riconosco l’aria che veniva dai prati dei Camozzi, riconosco il tragitto di dieci minuti che univa Piazza Coppa alla Villa, lo stesso percorso che facevano loro, lo stesso che fai tu. Non è distanza, è continuità. È lo stesso respiro, la stessa terra, la stessa memoria che non si è mai spenta. Tu vivi in un punto che apparteneva al loro mondo, e il loro mondo appartiene ancora a te. Poi, Nadia, è accaduto qualcosa che io, il tempo, ho visto con fierezza.

Nel 1986, dopo secoli di storia privata, la Villa è stata acquistata dal Comune di Grandola ed Uniti, guidato dall’allora sindaco Butti Natale.

Fu un gesto coraggioso, un atto di amore verso la memoria del paese.

Da quel giorno, la Villa non è più solo un ricordo dei Camozzi: è sede municipale, è casa della comunità, è cuore civile e culturale di Grandola.

E io, che ho visto secoli passare, posso dirlo: non tutti i luoghi hanno la fortuna di rinascere così. E così, ogni sera, quando il paese si fa silenzioso e la luce si abbassa dietro le montagne, tu cammini quei dieci minuti che separano la tua casa dal giardino della Villa. E un tragitto semplice, ma io, che sono il tempo, lo vedo per ciò che è davvero: un ritorno. Ogni passo ti riporta in un luogo che ti riconosce. Quando entri nel giardino, non sei mai sola. La magnolia si piega appena, come se ti salutasse, l’erba si muove in un respiro lento, e la Villa oggi sede municipale, ieri dimora dei Camozzi trattiene il fiato, come se aspettasse qualcosa da te. E tu glielo dai.

Perché tu non vieni qui solo a guardare. Tu vieni a creare. A scrivere poesie che scendono leggere come petali, a immaginare scenografie che trasformano il giardino in un teatro antico, dove la storia non è più ferma, ma si muove, si veste, respira. Ogni verso che inventi è una finestra che si apre, ogni immagine che costruisci è un passo che ritorna, ogni scena che sogni è un pezzo di passato che si rialza in piedi.

E ogni sera, quando ti avvicini al berceau, il pergolato che un tempo ospitava i passi dei Camozzi, io vedo la piccola rosa canina che cresce al cancello, quasi nuda, con foglioline timide che tremano alla brezza. È fragile, ma resiste. È minuta, ma parla. È semplice, ma custodisce una memoria che non ha bisogno di essere grande per essere vera. Tu la guardi, e lei si lascia guardare, come se riconoscesse in te qualcuno che sa ascoltare anche ciò che non fa rumore. E io lo vedo, ogni sera. Vedo il giardino che si accende quando arrivi, vedo la magnolia che ascolta le tue parole, vedo le ombre dei Camozzi che si avvicinano, non per nostalgia, ma per riconoscenza. Perché da tempo nessuno parlava più la loro lingua. Tu sì.

Tu non ti sei innamorata del giardino. Tu hai risvegliato. Gli hai ridato voce, forma, colore. Gli hai ridato un pubblico, un palcoscenico, un’anima.

E così, ogni sera, quando ti fermi sotto la magnolia o accanto al berceau, a sognare la storia, la storia si avvicina a te, si siede accanto a te, e per un momento, breve ma infinito, tutto ciò che è stato e tutto ciò che si diventa la stessa cosa.

E io, che sono il tempo, posso dirlo senza esitazione:

il giardino della Villa Camozzi vive di nuovo,
perché tu gli hai insegnato a sognare.

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